Pasqua e Pasquetta romane

 

Non è che mi manchi il tempo per scrivere qui, e neppure gli argomenti di cui parlare. C'è ancora tanto di cui scrivere sul quel paradiso che è stato la Nuova Zelanda tanto da volerci diversi giorni solo nel buttare giù gli appunti. Tuttavia è un po' la voglia che mi manca. Chiamiamolo pure scazzo. La fotografia rimane un eccezionale mezzo con cui lasciare un segno e per farmi divertire. Meno male.

Sono tornato a Roma per Pasqua...

Ultimo aggiornamento (Domenica 15 Aprile 2012 08:14)

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Nuova Zelanda, Lago Tekapo


In una nuvola di polvere lasciamo il Monte Sunday e il suo meraviglioso letargo. I ventiquattro chilometri di strada bianca, sterrata, rumorosa e cigolante, non saranno altro che un lungo addio carico di malinconia perché stiamo lasciando uno dei luoghi più incantevoli del viaggio. Il nostro percorso torna sui propri passi,  incrociando ancora quella pianura del Canterbury, così piatta e vuota, da farci pensare che un gigante abbia spianato tutte le terre e spinto di lato le montagne per poterci passare.

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Nuova Zelanda, Akaroa

È il 18 gennaio. I due voli, Milano-Singapore e Singapore-Christchurch, si sono consumati nella noia che contraddistinguono tutti i voli di una certa durata, soprattutto gli intercontinentali. 
Fuori fa un gran caldo. Nonostante la meraviglia, la prima grande sorpresa invece giunge inaspettata. Il solito bagaglio cambiato all'ultimo momento si rivela una scelta fatale. Mi ritrovo il bagaglio sfondato in due parti differenti. Saranno inutili le lamentele con la compagnia aerea che con garbo e gentilezza declina ogni responsabilità. E la valigia rotta sarà solamente la prima di tante piccole, chiamiamole stranezze, o sfighe di questo lungo viaggio. 

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Nuova Zelanda, Monte Sunday


 
E il 20 gennaio. Un timido sole fa capolino dall’Oceano Pacifico, e si alza lento sulla penisola di Akaroa. Mi desto prima ancora che la sveglia imponga il suo ritmo da battaglia: un concerto di canti proviene dagli alberi, e a giudicare dai toni sembra che centinaia di volatili stiano recitando le orazioni del mattino; mai sveglia sarà più sublime in seguito.

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Nuova Zelanda, cosa resterà.


55 minuti all'apertura del gate per l'imbarco. Sbuffo un po’ e tambureggio con le dita. Guardo fuori. Cielo grigio. Piove, piove ancora. Una massa indefinita di nuvole copre Auckland e larga parte del nord. Capire dove sia il sole in queste occasione è quasi come voler tirare a sorte. Il mondo che mi ha accolto e ospitato per un breve, ma intenso mese, anche oggi che è giorno di addii quasi pare nascondersi.
Distolgo con nervoso lo sguardo. Non le sopporto più. E ancora sento chiaramente le ultime parole di inglese che avevo udito quello stesso mattino: the worse summer that I remember diceva lui. Era solo qualche ora fa, e lui era il proprietario dell’ultimo bed & breakfast che mi aveva visto come ospite. La peggior estate di cui avesse memoria.

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