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Marocco - Sahara PDF Stampa E-mail
Mercoledì 19 Maggio 2010 17:56

Marocco - Marrakech
Marocco - Atlante
Marocco - Atlantico

ALTIPIANI, CANYON, SASSI PIETRE SABBIA A PERDITA D'OCCHIO. PASSATA ALNIF. SI POTREBBE PENSARE DI ESSERE ANCHE SU MARTE VISTI I PAESAGGI CHE SI ALTERNANO CON SCONCERTANTE RAPIDITA'. Se l’acqua fosse più rara dell’oro non ci sarebbe da sorprendersene. Ogni tanto, dal nulla, ai bordi della strada compare un cammello solitario. Un luogo senza senso dal fascino irresistibile.

A Rissani la strada è una striscia di asfalto che taglia in due il deserto che ormai si apre tutto attorno.  Poche auto, qualche mezzo pesante, riempito all’inverosimile strabordante di merci e di persone accampate persino sui tetti. Il vero deserto, il grande deserto, comincia dopo il piccolo insediamento di Merzouga, che sorge solitario sulla soglia dell’Erg Chebbi come sulla riva di un mare asciutto, porto della sabbia, capolinea del nulla. Un vuoto così esteso che chi volesse attraversarlo là dov’è più grande non penerebbe meno di un anno. Armato di scorte d’acqua in abbondanza, bagaglio ridotto al minimo mi imbarco sul cammello. Si riparte nel silenzio del tramonto. Né rumore di parole né vento né di altro. Solo trattenendo il respiro si può udire il soffice manto di sabbia piegarsi sotto il peso della nave del deserto. Dondolo reflex alla mano, mentre osservo il sole calare e la luna prendere il suo posto. Arrivo al campo che ormai il sole è un lontano ricordo, mentre la sabbia fine come potrebbe essere solo qui, inizia a raffreddarsi e farsi largo dolcemente in ogni orifizio. Ed infine, ecco che appare la luna alta nel cielo.

 

E' sera inoltrata, nel campo si diffonde il tribale ed arcaico ritmo della musica berbera. Guardo ancora il cielo un po’ sconsolato, niente stelle brillanti, la luce d’argento della Luna è troppo intensa. Non è tardi, quando mi sdraio nella tenda sotto il peso della lunga giornata. I miei occhi sono li fissi a scrutare il soffitto di tela della tenda. Il blu intenso del cielo si intravede e non lascia spazio a dubbi. Con un piccolo tenace sforzo sono di nuovo fuori, cercando di sistemarmi su un materassino sotto le stelle. Passa un berbero, mi guarda, lo vedo sparire e riapparire dopo poco. Mi ammassa almeno due pesanti coperte in un gesto che non lascia dubbi, la temperatura sarebbe rapidamente scesa. Mi abbandono al sonno sotto il cielo più bello che si può immaginare. Trascorre un tempo imprecisato quando mi sveglio nel più incredibile dei silenzi. La musica era cessata. Era notte fonda. Mi accorgo di non avere più riferimenti visivi. Una sensazione di disorientamento si fa strada. Alzo la testa per guardare il cielo, e in un istante comprendo. La luna sorta nel pomeriggio del giorno precedente era ora calata all’orizzonte. La sua luce scomparsa. Il firmamento era libero di brillare come nelle prime notti senza uomo.  E quale immenso spettacolo mi vedeva ora spettatore. Anche le stelle più piccole e invisibili si erano ora accese brillando come gioielli illuminati da una magica luce. Insieme riunite brillavano a formare la cosa più bella su cui l’uomo ha mai messo l’occhio ma che non potrà mai possedere, la via Lattea.

Quanto siamo piccoli. Quanto siamo lontani.

Erano circa le cinque del mattino quando ho pregato il mio corpo di mettersi in piedi. Cerco di fare luce come posso, e grazie al cellulare riesco ad orientarmi.  Vago con estrema difficoltà per circa due ore e mezza, tra le dune attorno al campo. Un cammino lento e difficoltoso, salire su una duna è già un impresa faticosa con la luce, al buio è una scommessa. Ad ogni passo le mie scarpe imbarcano sabbia tanto quanto l’acqua che irrompe in una nave ripetutamente silurata. E poi finalmente l’alba. Tutto il deserto sotto i primi raggi di luce inizia a trasformarsi. Un mare di dune sotto i miei piedi. Solamente qualche ora dopo con mia malinconica sofferenza guardo quelle stesse dune allontanarsi dal lunotto posteriore del land rover. Un mondo perduto. E’ un arrivederci. Dalla punta orientale più estrema del viaggio inizia il lento viaggio verso l'oceano.  Sono trascorsi solamente pochissimi giorni dalla partenza, ma avverto il peso della conclusione di questa fase del viaggio. Un peso più psicologico, che non fisico. Senza bagno, acqua corrente, senza potersi cambiare, se non un paio di calzini o giusto l’intimo, la sosta di quella sera in un luogo civilizzato non può che rappresentare uno stravolgimento nella quotidianità di questi giorni. Ormai la via del rientro passa a nord. Ancora Alnif, poi si devia verso Tinghir, e la valle delle mille kasbeh. Nomadi di passaggio, valli di rose, kasbah bicolori e rocce che si sciolgono, sulla carta la Valle del fiume Dadès suona un po’ inverosimile. Si estende dall’Alto Atlante, a nord, fino alla catena impervia del Jebel Sarhro a sud, ed è costellata di oasi e di palazzi in mattoni di fango  a cui si deve il fiabesco nomignolo della regione: Valle delle mille kasbah.

Ed infine prima che la strada torni nuovamente a salire, Ait Benhaddou. Un nome che ne evoca ben altri. Alcune grandi produzioni cinematografiche hanno visto questo luogo come sfondo per molti film. Come la piazza Djemaa el-Fna a Marrakech,  anche questo luogo tutelato dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità. Guado a dorso di mulo il piccolo torrente che scorre alla base della kasbah, e inizio a risalirne i vicoli polverosi, quando un forte vento scatenata una leggera tempesta di sabbia. Trovo riparo temporaneo presso un abitazione, ospite di alcuni locali. Incontrare persone nuove, uniche, fermarsi parlare semplicemente, sono momenti indimenticabili. Mille e più episodi. Mille momenti. Il berbero Bhraihm a Zagora quando recitò alcune pagine del Corano che avevo con me in arabo, nel silenzio del deserto. L'anziano cammelliere all'Erg Chebbi quando in pieno deserto mi  allunga la sua mano per offrirmi la sua mezza arancia già sbucciata e colante di dolce nettare. I tè condivisi, la coperta nella notte, le maglie e i calzini regalati. Il pigiama scambiato per un anello. Il sorriso dei bambini per una penna colorata. E’ tutto così differente, lontano, genuino rispetto al nostro modo di intendere la vita, specie all’interno di una grande città. E’ più che un pensiero quello che mi balena in mente. Forse le persone sono, non dico più “felici” ma senza dubbio serene, a viver così.

Oggi ho visto un bambino mentre percorrevo una strada totalmente isolata. Sperso lungo il fianco della piccola collina c’era il gregge a cui badava. L’ho visto con un pallone in mano, lo calciava in aria più forte che poteva, e ne attendeva la ricaduta. E sono quasi sicuro, nonostante sia stato solo un momento, che in quell’instante rideva di felicità. Tante cose le ho capite, troppe mi sfuggono ancora, molte forse non le capirò mai. Da una parte provo tristezza e rammarico, dall’altra sorrido, devo farlo per forza, poiché la fierezza, la sobrietà e la voglia di vivere di questa gente sono davvero meritevoli del più profondo rispetto. E' tardo pomeriggio, quando sono di nuovo sull'Atlante, da qui la vista spazia fino alla pianura dove si erge Marrakech, indietro lascio un mondo vero.