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Diario da Corniglia PDF Stampa E-mail
Giovedì 04 Novembre 2010 09:52

 

Il treno si ferma.  Per una manciata di secondi sosta lì, su una banchina ferroviaria spuntata dal nulla, sospesa tra una galleria e un'altra, a cavallo di mare e monti.  Ad occidente splende il blu del mare, profondo e vivo, sulle cui onde scintilla il riverbero accecante del sole. Alle sue spalle,  il verde manto del promontorio, smeraldo in primavera e dalle dorate sfumature durante l’autunno: un intrico di vigneti e arboree piante, aggrappate, strette l’una con l’altra su una terra che degrada, sprofonda, quasi si tuffa completamente verso le profonde acque del mare nel quale sembra bagnarsi i piedi.

Un fischio, ed ecco che in un’indefinibile cacofonia di striduli suoni metallici, un serpente di metallo si trascina lungo il suo sentiero. Pochi secondi e se ne perde completamente la vista, ingoiato nel buio di una montagna da cui proviene soltanto una lugubre eco. Rimane solo il silenzio di una stazione apparentemente fine a se stessa, e il respiro del mare. Si resta quasi spaesati e senza riferimento, vagando con lo sguardo alla ricerca dell’agognato borgo. Il visitatore allora alza gli occhi, e finalmente scorge, duecento metri più in alto rispetto al mare, una cerchia di case colorate che cinge come una corona il capo della montagna: il paese se ne sta lì, come una sonnolenta lucertola al sole in un mare di verde, a presidiare il promontorio che degrada verso il mare, lavorato dai terrazzamenti agricoli quasi a formare una sorta di piramide azteca naturale.

 

Il borgo qui incastonato, inaccessibile come una fortezza, rappresenta forse meglio di tutti gli altri lo spirito isolazionista degli antichi fondatori romani: instancabili lavoratori, capaci di strappare con ingenti fatiche e sacrifici ogni centimetro di terra coltivabile dagli scoscesi versanti.  E qui che, quando il turismo di massa abbandona questi luoghi, nel silenzio tra pendii e sentieri li si può ancora immaginare intenti a trasportare,  su di un mulo o sulle proprie schiene, massi, pietre o mattoni… le fondamenta che nel corso dei secoli hanno accresciuto questo piccolo centro rurale, destinato a divenire nel nostro attuale presente un importante punto di riferimento nel patrimonio mondiale dell’Umanità.
 
Dalla stazione la strada, ora placida e senza strappi né eccessi, sale gradualmente, parallela al percorso ferroviario, costeggiando tralicci elettrici, vigneti e macchia mediterranea… quand’eccola giungere ai piedi del versante, su cui Corniglia, per il momento ancora completamente celata, troneggia. Sembra irraggiungibile al visitatore,  quando la sua attenzione è catturata da una vistosa cicatrice che incide il fianco del versante, salendo fino al cielo: si tratta della Lardarina, una  fenditura che si attorciglia, si arrampica fino alle prime propaggini del  borgo.  Un tormento infinito, un girotondo estenuante composto da 33 rampe e 382 gradini, a spinta in salita, impraticabile per ginocchia affaticate e spalle curve nella discesa.  Un misero sforzo se paragonato a quello di chi, in passato, ben altre fatiche e prove ha dovuto affrontare per consegnarci quello su cui il nostro occhio oggi si posa.

 

 

 

Eccola Corniglia. Il tetto di questo scenario naturale, dalla cui sommità domina e spezza le Cinque Terre nel centro, in una perfetta simmetria. E’ l’unico dei cinque paesi a non avere un porticciolo, né una barca tirata in secca, non un solo centimetro di spiaggia.  Il borgo affascina dal primo momento per la conformazione, con le sue case dai muri tinti in colori caldi che si innalzano sugli stretti vicoli, quasi fossero maglie di una ragnatela senza tempo. La storia narra che il toponimo Corniglia derivi dal nome del colono romano Corneliu, produttore dell’allora già rinomato vino bianco, le cui anfore vinarie firmate “Cornelia” comparvero tra gli scavi di Pompei. Qui viveva inoltre la Gens Cornelia, ma di romano non è rimasto ormai nulla: la cittadina è invece più legata all’influente famiglia Fieschi, a cui appartenne per molto tempo, il cui ricordo è inciso nel nome della via principale del paese, via Fieschi appunto, su cui la Lardarina punta diretta dal mare.

Per sua stessa natura, il centro di Corniglia, tra tutti i borghi che compongono le Cinque Terre, è stato senz’altro il più complesso da vivere: difatti, anche solo per godere della vista d’insieme dell’abitato, è stato necessario percorrere diversi chilometri lungo i sentieri che compongono il parco. Il servizio di trasporto su gomma dalla stazione al borgo, inoltre, non asseconda il visitatore abituale, essendo legato principalmente ai flussi turistici e ad orari troppo commerciali. Insomma, una visita serale renderà necessaria una lunga scalata. In un luogo, quindi, dove in settembre ai diciannove rintocchi di campana porte e finestre di case e botteghe sono già sprangate, fatta eccezione per qualche osteria, ci si può fare un idee precisa della quotidianità del luogo: una quotidianità decisa più dal movimento del sole che non da quello del mare. Non avendo la stessa verve salottiera di Vernazza, o la festaiola atmosfera di Monterosso, Corniglia è chiusa in se stessa. Gli abitanti sono figure sfuggenti, come fantasmi. Ancorati tuttora a solide tradizioni, vivono una realtà parallela rispetto a quella turistica. Compaiono inaspettatamente, come lente ombre in movimento, agli angoli di qualche carruggio, oppure tradiscono la loro presenza col piccolo movimento di una tenda, ben celati dietro una veneziana semi aperta, con gli occhi vigili a scrutare ogni movimento sottostante.

 


 

Ciò non di meno, nonostante questa atavica circospezione con la quale vivono, può capitare di far breccia nella loro diffidenza e poter così godere di parte del loro tempo, e addirittura, a volte, della loro riconoscenza, tutt'altro che avara.

Era un giorno di quasi fine estate, e il cielo come sovente capita da queste parti non prometteva nulla di buono. Grigio, ventoso e fresco. In quel periodo, nei terrazzamenti, i vigneti dal verde intenso iniziano a tingersi di un caldo color dorato, mentre gli acini di uva sbatacchiati l’un l’altro non attendono altro che di essere amorevolmente depositati in colorate cassette. Era il tempo della vendemmia. Nei pressi della chiesa di San Pietro, da un angolo spuntano due uomini. Procedevano in fila indiana, lungo via Fieschi, apparentemente incuranti del fardello pesante sulle loro spalle. Cestini e cassette ricolme d’uva rossa, che solo poche ore prima si trovavano ancora a crogiolarsi su qualche terrazza davanti al mare, ora erano lì, a spasso tra quattro mura. Pochi passi ancora, girano un altro angolo, ballonzolano un po’, e poi giù a terra, a poggiarsi su altre cassette in una pila crescente. Mi apposto, attendo il secondo giro e scatto una, due, tre istantanee. Gli uomini mi gettano una fugace occhiata, probabilmente traducibile tra il semplice “beato te” misto ad una punta di acredine.  Li seguo con gli occhi per l’ultima volta fino alla loro meta, non molto distante, ovvero una piccola scaletta che termina nello scantinato di una casa colorata come tante, e poi ritorno sui miei passi.

Qualche tempo dopo, rientrato a Milano, nella caotica Milano distante solamente tre ore di viaggio a dorso di treno, mi ritrovo sottomano gli  scatti dei primi giorni. Ed ecco nuovamente il signore delle cassette di Corniglia. Si erigeva lì, sul mio monitor con la sua cassettina in spalla. Sorrido, pensando all’espressione che potrebbe fare il mio “nuovo” conoscente, che ancora non sa di esserlo, di fronte a questo “ritratto”.

Corniglia, via Fieschi, due settimane più tardi sono di nuovo lì. E’ primo pomeriggio, non è caldissimo, ma sotto il peso dello zaino si suda. Nessun segno di movimento, né tra i vicoli, né da questa piccola casa di non più di due piani. Tre cognomi sul citofono, tutti uguali. “Se non lui, forse qualcuno della sua famiglia ci sarà pure”. Suono senza indugio. Nessuna risposta. Di contro, com’era facile immaginarsi, ecco il rumore dalla veneziana che si apre, e spunta il viso di una signora di mezza età. Mi squadra da capo a piedi. Un minuto dopo il mio “modello” è lì, davanti a me, con gli occhi ancora assonnati per la sveglia di soprassalto a cui era stato sottoposto. Gli porgo la fotografia. E lui, quasi incredulo per un gesto spontaneo, ringrazia e sorride, mentre stringe e guarda la sua immagine. Nonostante sia stato soggetto e protagonista di tanti scatti nel corso degli anni, si stupisce: “Questa è la prima volta che qualcuno torna…” D’istinto, eccolo alzare la testa, verso quella veneziana da dove la moglie attentissima stava seguendo la scena : “…butta le chiavi della cantina!” Ed ecco che infine, senza poter rifiutare oltre i limiti della cortesia, anch’io di rimando mi ritrovo con in mano una sua creazione: il frutto della terra unito al sano lavoro dell’uomo, contenuto in un bel cilindretto di vetro scuro, da sorseggiare per ricordarsi di un giorno di fine estate…