Nuova Zelanda, Monte Sunday
E il 20 gennaio. Un timido sole fa capolino dall’Oceano Pacifico, e si alza lento sulla penisola di Akaroa. Mi desto prima ancora che la sveglia imponga il suo ritmo da battaglia: un concerto di canti proviene dagli alberi, e a giudicare dai toni sembra che centinaia di volatili stiano recitando le orazioni del mattino; mai sveglia sarà più sublime in seguito.
Fuori la rugiada della notte copre alberi, foglie, fiori, piante. Attorno alla nostra auto non si percepisce traccia di presenza umana, eccetto per la casa colonica che ospita il bed & breakfast. La colazione è già pronta e impacchettata sul tavolo della cucina dall'impagabile proprietaria: frutta fresca, biscotti e deliziosi succhi di frutta che gusteremo quando saremo lontani, anzi lontanissimi da tutto questo.
Il sole inizia a lambire scampoli di foresta quando imposto il navigatore su una strada ben precisa: Hakatere Potts Rd, Ashburton Lakes, 205km. Una strada per i più anonima, che non dirà molto anche ai fan più accaniti del Signore degli Anelli, ma che tuttavia rimarrà scolpita nella memoria di chi avrà il privilegio di percorrerla. Hakatere Potts Road è la strada per il Monte Sunday, il piccolo promontorio roccioso sul quale è stata costruita Edoras.
Non sarà la tappa finale della giornata: quella sarà ancora più lontana, incastonata sulle sponde del Lago Tekapo, alle prime propaggini delle maestose Alpi del Sud e del Parco Nazionale del Monte Cook; tuttavia questa sarà la Tappa forse più desiderata dell’intera vacanza. Il “must have”.

Iniziamo a macinare con tranquillità i primi chilometri quando, gettando uno sguardo al cielo, noto come neanche una nuvola sia presente. Il cielo è azzurro e blu intenso all’orizzonte, terso e magnifico nelle prime ore del mattino. Allora incrocio dita di mani e piedi, capelli, peli, e qualsiasi cosa possa aiutarmi ideologicamente a scacciare cattivi pensieri. Avevamo infatti già avuto un assaggio del clima a dir poco instabile di quest'isola nelle passate quarantotto ore, quando si era passati dai trenta gradi del nostro arrivo ai diciassette con cielo plumbeo del giorno dopo (in concomitanza, ironia della sorte, con il “bagno con i delfini”), per poi avere di nuovo sole pieno.
La via per il Monte Sunday taglia completamente tutto il Canterbury, una vasta regione di pianura che si estende da Christchurch fino a Timaru, dal paesaggio ripetivo e leggermente noioso: vasti campi coltivati, bestiame che pascola annoiato, piccole cittadine che al nostro passaggio iniziano a risvegliarsi. Le strade, lisce e perfette, dritte come solo qui a volte sanno essere, sono un'irresistibile tentazione ad aumentare ancora di più la velocità.

Fuori la rugiada della notte copre alberi, foglie, fiori, piante. Attorno alla nostra auto non si percepisce traccia di presenza umana, eccetto per la casa colonica che ospita il bed & breakfast. La colazione è già pronta e impacchettata sul tavolo della cucina dall'impagabile proprietaria: frutta fresca, biscotti e deliziosi succhi di frutta che gusteremo quando saremo lontani, anzi lontanissimi da tutto questo.
Il sole inizia a lambire scampoli di foresta quando imposto il navigatore su una strada ben precisa: Hakatere Potts Rd, Ashburton Lakes, 205km. Una strada per i più anonima, che non dirà molto anche ai fan più accaniti del Signore degli Anelli, ma che tuttavia rimarrà scolpita nella memoria di chi avrà il privilegio di percorrerla. Hakatere Potts Road è la strada per il Monte Sunday, il piccolo promontorio roccioso sul quale è stata costruita Edoras.
Non sarà la tappa finale della giornata: quella sarà ancora più lontana, incastonata sulle sponde del Lago Tekapo, alle prime propaggini delle maestose Alpi del Sud e del Parco Nazionale del Monte Cook; tuttavia questa sarà la Tappa forse più desiderata dell’intera vacanza. Il “must have”.

Iniziamo a macinare con tranquillità i primi chilometri quando, gettando uno sguardo al cielo, noto come neanche una nuvola sia presente. Il cielo è azzurro e blu intenso all’orizzonte, terso e magnifico nelle prime ore del mattino. Allora incrocio dita di mani e piedi, capelli, peli, e qualsiasi cosa possa aiutarmi ideologicamente a scacciare cattivi pensieri. Avevamo infatti già avuto un assaggio del clima a dir poco instabile di quest'isola nelle passate quarantotto ore, quando si era passati dai trenta gradi del nostro arrivo ai diciassette con cielo plumbeo del giorno dopo (in concomitanza, ironia della sorte, con il “bagno con i delfini”), per poi avere di nuovo sole pieno.
La via per il Monte Sunday taglia completamente tutto il Canterbury, una vasta regione di pianura che si estende da Christchurch fino a Timaru, dal paesaggio ripetivo e leggermente noioso: vasti campi coltivati, bestiame che pascola annoiato, piccole cittadine che al nostro passaggio iniziano a risvegliarsi. Le strade, lisce e perfette, dritte come solo qui a volte sanno essere, sono un'irresistibile tentazione ad aumentare ancora di più la velocità.

Fino al Mount Somers tutto procede senza particolari entusiasmi, tuttavia le Montagne incombono e si fanno sempre più presenti. Giunti sull' Ashburton Gorge Road lo scenario è ormai decisamente mutato: le prime colline, ingiallite dal sole, senz'alberi nè ombra, iniziano ad incorniciare la striscia di asfalto che percorriamo, cingendola da entrambi i lati. Infine, improvvisamente, la strada sino a quel punto facilmente percorribile diventa una lunga striscia di ghiaia bianca, polverosa, lunga ben ventiquattro chilometri. Il rumore dei ciottoli sollevati dalle gomme che rimbalzano sotto la scocca del veicolo diviene la nuova costante di questo lento pellegrinaggio. Le altre automobili, incontrate solo sporadicamente durante la mattinata, diventano ora una rarità assoluta. Siamo soli insieme al vento. Qui le colline si aprono, e sullo sfondo iniziano a troneggiare le montagne: quelle montagne, tante volte intraviste tra un fotogramma e l’altro, così forti e maestose, i cui picchi ancora innevati appaiono irraggiungibili e solenni. La strada sale improvvisamente inerpicandosi lungo il fianco di un pendio. La macchina non cede ed avanza, anche se faticosamente. Scolliniamo, e il mezzo si ferma: davanti ai nostri occhi si apre il più maestoso dei paesaggi.

Sotto un cielo azzurro ammiriamo l' immensa valle, cosi arida e piatta, tinteggiata qua e là da qualche striscia di bosco, cinta da una muraglia di montagne che paiono quasi disegnate nella loro bellezza senza tempo. E infine il nostro occhio raggiunge una collina, quasi insignificante se paragonata alla vastità che la circonda: capiamo cosi di essere finalmente arrivati.

E’ difficile raccontare con dovizia di particolari le sensazioni provate. Posso affermare che l’emozione è stata forte, e così intensa da far cedere un uomo semi-maturo alla commozione per aver ritrovato un luogo amato. Esiste. Esiste realmente. E’ qui. "Ci siamo", continuiamo a ripeterci. Percorriamo rapidamente gli ultimi chilometri, sorriso ebete e fanciullesco, in un tripudio personale di giubilo. Preso dall'enfasi intono solennemente il tema di Rohan, con buona pace per i timpani della mia compagna, novella scopritrice del mondo di Tolkien e Jackson.
Fermiamo l’auto in un parcheggio che definire tale è un azzardo (sembra piu uno spiazzo di ghiaia strappato alla terra), e ci avviamo verso il sentiero che dovrebbe portarci il più vicino possibile alla nostra destinazione. A seguito dell’enorme successo del film, infatti, è stata creata una via di accesso al Monte, chiuso in passato al pubblico; tuttavia non sapevo con precisione dove conducesse, e in quel momento sembrava addirittura che non consentisse l’avvicinamento allo stesso, essendo una proprietà chiusa.

La fretta di arrivare a volte gioca brutti scherzi. Complice il vento, che qui non manca mai, sottovalutiamo così tanto gli effetti del sole, talmente cocente da ustionarci completamente viso e braccia. Convinco poi la mia compagna, oscar per la pazienza in queste occasioni, ad avanzare nel bush direttamente verso la nostra meta, quando poco lontano correva quel famoso comodo sentiero, che percorreremo invece al ritorno. Eccoci qui, novelli Frodo & Sam con zaini e provviste. Pochi minuti di cammino nel bush e incontriamo la prima vera difficoltà tecnica. Piccoli torrenti, di cui ero a conoscenza prima di partire, scorrevano lieti e sornioni, con acque cristalline e chiare che chiedevano solamente di essere attraversate. Nella frenesia del momento non ci penso due volte. Via scarpe e calzini. Ciaff ciaff e sono dentro. Pochi secondi, e avverto tutta la potenza dei ghiacciai perenni penetrarmi le ossa. Gli occhi strabuzzano. Mi giro verso la mia compagna sulla riva e gli sorrido: “E’ appena appena freddina”, abbozzo con indifferenza mentre il pollicione è già viola e l’ipotermia galoppa verso tibia e perone. Mi maledirà per qualche ora. Avanziamo ancora nel bush. Ennesimo ruscelletto che questa volta pare un fiume in piena. Inizio ad ammettere che forse dovrei calmarmi un po’. Tambarad! Ripieghiamo. Ritroviamo il sentiero, che non era poi così lontano, e scopriamo che conduce esattamente dove volevo recarmi inizialmente. Il viso della mia compagna racconta tutto e mi torna alla mente una certa scena di un meraviglioso film: “Henry, Indiana, seguitemi conosco la strada!” ..... “Si è perso nel suo stesso museo eh?”. Ecco, credo possa rendere l’idea.

Poco più in là dell’imboccatura del sentiero, ecco nn comodo ed elegante ponte sospeso ci evita ulteriori assaggi delle acque della valle. Tuttavia pago pegno ugualmente. C’è un piccolo guado, neanche un metro, da effettuare saltellando come Bombadil da una pietra all’altra. Ovviamente nell’ultimo saltellino...Ciaff! Il piede sinistro si infradicia completamente, scarpa e calzino. Il destro per solidarietà fa lo stesso e non oppongo neanche più di tanto resistenza. Siamo ormai ai piedi del monte. Tolgo calze e scarpe, e le lego alla zaino nella speranza che il torrido clima del luogo possa rapidamente riparare il danno. Qualche tempo dopo, con i calzini quasi asciutti, iniziamo la “scalata”: neanche cento metri di dislivello. Decido di farlo senza scarpe: un morbido terreno erboso accoglie la pianta del mio 45, che avanza assolutamente entusiasta. In poco meno di un quarto d’ora, complice un vento favorevole, siamo in cima.


Sotto un cielo azzurro ammiriamo l' immensa valle, cosi arida e piatta, tinteggiata qua e là da qualche striscia di bosco, cinta da una muraglia di montagne che paiono quasi disegnate nella loro bellezza senza tempo. E infine il nostro occhio raggiunge una collina, quasi insignificante se paragonata alla vastità che la circonda: capiamo cosi di essere finalmente arrivati.

E’ difficile raccontare con dovizia di particolari le sensazioni provate. Posso affermare che l’emozione è stata forte, e così intensa da far cedere un uomo semi-maturo alla commozione per aver ritrovato un luogo amato. Esiste. Esiste realmente. E’ qui. "Ci siamo", continuiamo a ripeterci. Percorriamo rapidamente gli ultimi chilometri, sorriso ebete e fanciullesco, in un tripudio personale di giubilo. Preso dall'enfasi intono solennemente il tema di Rohan, con buona pace per i timpani della mia compagna, novella scopritrice del mondo di Tolkien e Jackson.
Fermiamo l’auto in un parcheggio che definire tale è un azzardo (sembra piu uno spiazzo di ghiaia strappato alla terra), e ci avviamo verso il sentiero che dovrebbe portarci il più vicino possibile alla nostra destinazione. A seguito dell’enorme successo del film, infatti, è stata creata una via di accesso al Monte, chiuso in passato al pubblico; tuttavia non sapevo con precisione dove conducesse, e in quel momento sembrava addirittura che non consentisse l’avvicinamento allo stesso, essendo una proprietà chiusa.

La fretta di arrivare a volte gioca brutti scherzi. Complice il vento, che qui non manca mai, sottovalutiamo così tanto gli effetti del sole, talmente cocente da ustionarci completamente viso e braccia. Convinco poi la mia compagna, oscar per la pazienza in queste occasioni, ad avanzare nel bush direttamente verso la nostra meta, quando poco lontano correva quel famoso comodo sentiero, che percorreremo invece al ritorno. Eccoci qui, novelli Frodo & Sam con zaini e provviste. Pochi minuti di cammino nel bush e incontriamo la prima vera difficoltà tecnica. Piccoli torrenti, di cui ero a conoscenza prima di partire, scorrevano lieti e sornioni, con acque cristalline e chiare che chiedevano solamente di essere attraversate. Nella frenesia del momento non ci penso due volte. Via scarpe e calzini. Ciaff ciaff e sono dentro. Pochi secondi, e avverto tutta la potenza dei ghiacciai perenni penetrarmi le ossa. Gli occhi strabuzzano. Mi giro verso la mia compagna sulla riva e gli sorrido: “E’ appena appena freddina”, abbozzo con indifferenza mentre il pollicione è già viola e l’ipotermia galoppa verso tibia e perone. Mi maledirà per qualche ora. Avanziamo ancora nel bush. Ennesimo ruscelletto che questa volta pare un fiume in piena. Inizio ad ammettere che forse dovrei calmarmi un po’. Tambarad! Ripieghiamo. Ritroviamo il sentiero, che non era poi così lontano, e scopriamo che conduce esattamente dove volevo recarmi inizialmente. Il viso della mia compagna racconta tutto e mi torna alla mente una certa scena di un meraviglioso film: “Henry, Indiana, seguitemi conosco la strada!” ..... “Si è perso nel suo stesso museo eh?”. Ecco, credo possa rendere l’idea.

Poco più in là dell’imboccatura del sentiero, ecco nn comodo ed elegante ponte sospeso ci evita ulteriori assaggi delle acque della valle. Tuttavia pago pegno ugualmente. C’è un piccolo guado, neanche un metro, da effettuare saltellando come Bombadil da una pietra all’altra. Ovviamente nell’ultimo saltellino...Ciaff! Il piede sinistro si infradicia completamente, scarpa e calzino. Il destro per solidarietà fa lo stesso e non oppongo neanche più di tanto resistenza. Siamo ormai ai piedi del monte. Tolgo calze e scarpe, e le lego alla zaino nella speranza che il torrido clima del luogo possa rapidamente riparare il danno. Qualche tempo dopo, con i calzini quasi asciutti, iniziamo la “scalata”: neanche cento metri di dislivello. Decido di farlo senza scarpe: un morbido terreno erboso accoglie la pianta del mio 45, che avanza assolutamente entusiasta. In poco meno di un quarto d’ora, complice un vento favorevole, siamo in cima.

Per noi è il tetto del mondo. Euforia, incredulità. Nessun segno del precedente set è rimasto. Tutto sembra naturale come il primo giorno. Filmo, scatto, un bambino manterrebbe più serietà e compostezza. Non un anima, nè un segno di attività in tutta la valle. Edoras è tutta per noi. In lontananza, tra gli echi del vento, quasi ci pare di sentire il nitrito di un cavallo, sogniamo per qualche momento, al riparo tra le rocce.Il nostro sguardo spazia tra il cielo blu, i letti ghiaiosi di ruscelli e fiumi, l’erba e gli arbusti che si muovono solleticati dal vento. Lontano a nord, a distanze che a piedi parrebbero siderali, ancora le montagne, solide e maestose. Una piccola nuvoletta danza trasportata dal vento verso chissà dove. E’ mezzogiorno del 20 gennaio, e noi in questo momento siamo felici di vivere.




